Alberto Guidorzi sulla decrescita evocata nel libro di Slow Food

22 Dic 2011
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Alberto Guidorzi nei confronti di Agricoltura industriale colture transgeniche e biodiversità

Carlo Modonesi Zoologo, Museo di Storia Naturale, Università degli Studi di Parma e Monica Oldani Etologa, Libera professionista.

Edito nell’ambito della raccolta di interventi edita da Slow Food ed avente per titolo: Scienza incerta e dubbi dei consumatori - Il caso degli organismi geneticamente modificati

1ª Affermazione singolare:

“La produzione industriale di cibo, dunque, si posiziona ai primi posti nell’elenco delle attività ecologicamente non sostenibili”

In base a questa affermazione Carlo Modonesi è Monica Oldani, a mio avviso, si collocano nella schiera dei nuovi profeti della decrescita in agricoltura, secondo la quale per tutti quelli che sono o resteranno esclusi dall’accesso al cibo non meritano di vivere in quanto la terra non li può ospitare, sembra paradossale ma la loro affermazione in ultima analisi porta a questo. Sono i seguaci, coscienti o incoscienti non lo so dire, del filosofo francese Dominique Bourg che vede nella natura un elemento di primazia sull’intelligenza umana e sulla stessa libertà. Sono in altri termini da catalogare tra gli ecologisti radicali. Per questi produrre cibo come l’abbiamo fatto fino ad ora è inaccettabile, benché si siano sfamati quattro miliardi di popolazione in più; infatti, il numero degli abitanti della terra in stato di fame è rimasto uguale a quando la popolazione era di tre miliardi, vale a dire 1 miliardo allora e un miliardo ora, che, invece, siamo 7 miliardi. Per loro 4 miliardi di umani sfamati non valgono il prezzo di un ambiente ancora recuperabilissimo. L’estinzione di un’etnia non vale l’estinzione di una specie animale o vegetale le quali probabilmente non avevano il patrimonio genetico adatto a sopportare la pressione selettiva di un’agricoltura più intensiva. Per loro occorre ritornare a pratiche colturali e d’allevamento “sani” ecologicamente ed economicamente e girare la schiena all’industrializzazione. Si tratta di privilegiare lo scambio o baratto ed il commercio di prossimità o anche detto “a km 0″.  Guy Kastler, della rivista francese « Nature & Progrés », afferma : «occorre riportare un gran numero di donne e uomini nei campi”…. “in paesi come la Francia ciò vuol dire ridistribuire le terre a molti milioni di famiglie”. Una cosa del genere non è già stata tentata? Qualcuno si ricorda di Mao Tse Tung? Ci sembra però che i cinesi, appena hanno potuto, abbiano buttato al macero questa concezione e abbiano dato sfogo alla produttività da intensificazione. Il motto di Jacques Bové è “disfare lo sviluppo e rifare il mondo“, concetto che ha esplicitato meglio quando ha detto: “lasciamo i popoli poveri tranquilli…spendiamo già troppo per loro”. Si tratta di un’affermazione che fa il paio con quelle di Ivan Illithc che dice che: “non esiste una tecnologia buona, si tratta sempre di strumenti distruttori, qualsiasi siano le mani che li detengono, povere o ricche”. Si fa avanti ormai un movimento politico che ci vuol convincere che la crescita è finita, dobbiamo imparare a gestire la decrescita!

Paradossalmente queste idee fantasiose fanno presa presso molti, che però ogni mattina hanno soldi e disponibilità per comprare specialità o prodotti definiti naturali o biologici con maggiorazioni di prezzo esorbitanti. Si evita, però, di interpellare cosa pensano coloro che la crescita non l’hanno mai avuta.

2ª citazione a supporto altrettanto singolare

“Non stupisce allora che nell’ambito della biodiversità animale - e certamente tra i mammiferi, gli uccelli e gli anfibi, ma probabilmente anche in una quantità impreci­sabile di invertebrati - la principale causa di sofferenza demografica ed ecologica sia legata proprio agli effetti collaterali delle pratiche agricole e forestali (Baillie et al. 2004).”

Vogliamo,però, esplicitare bene cos’è questa biodiversità? Come ha evoluto, quando non vi era una presenza così pregnante dell’uomo e, quando questa, invece, ha cominciato a farsi sentire? Può andare bene una definizione di questo tipo per la biodiversità: “la variabilità degli organismi viventi di qualsiasi origine”? Siamo concordi nel ritenere che esistono tre tipi di biodiversità: Genetica, Specifica e di Ecosistema? Si sente parlare tanto di “conservazione di biodiversità”, ma conservare è conseguente ad averne valutato completamente il numero. Eppure noi non sappiamo quant’è la biodiversità totale! Fino ad ora sono state descritte circa 1.700.000 specie animali e vegetali, ma tutti sono concordi che potrebbero essere molte di più (forse 10 o 20 volte di più). Siamo carenti nella conoscenza dei microrganismi dal cui livello, tra l’altro, è partita la vita sulla terra ed evolvendosi hanno originato l’uomo.

Il voler vedere l’uomo come essere vivente estraneo alla natura, oltre ad essere quantomeno singolare, è anacronistico; ormai l’uomo ha antropizzato tutto il globo, in quella che amiamo chiamare foresta vergine alberga l’uomo, che non è quello che entra dall’esterno, ma colui che fa parte di quell’ecosistema, cioè che caccia, coglie e coltiva. Non per niente lotta per il suo territorio e se fosse riuscito a produrre strumenti adeguati lo avrebbe modificato molto di più. La biodiversità di quando eravamo due miliardi sul pianeta era sicuramente meno minacciata rispetto a quella dei 7 miliardi, ciò è insito nell’aumento demografico. Le soluzioni non sono tante: o si fa eugenetica o si adotta la decrescita (ma far decrescere uno che non è mai cresciuto è un esercizio un po’ difficile), oppure di adotta un’agricoltura produttiva seppur con canoni di durevolezza maggiore (cosa che avviene da ormai trent’anni). Non si può dimenticare che la diversità biologica è il frutto di una lunga storia ed è soprattutto l’effetto del cambiamento. Dunque una visione statica (conservazione della biodiversità) contrasta con quanto è accaduto e con ciò che le teorie Darwiniane hanno proposto. François Jacob, premio Nobel per la medicina nel 1965, ebbe a dire che la concezione darwiniana ha una conseguenza ineluttabile, il mondo vivente di oggi, come noi lo vediamo intorno a noi, non è che uno di quelli possibili. La sua strutturazione è il risultato della storia della terra, ma poteva essere anche molto differente; esso poteva benissimo non esistere del tutto!

Vogliamo passare in rassegna questa storia?

  1. Gli specialisti ci dicono che solo 1 specie su 1000 è sopravvissuta, ossia il 99,9% delle specie formatesi sono scomparse. Sempre gli specialisti ci dicono che si sono verificate “cinque crisi estintive”: la prima 250 milioni di anni fa dove il 90% delle specie esistenti sono scomparse (esempio: tutti i trilobiti), la quinta è di 65 milioni di anni fa, dove sparirono tutti i dinosauri, ma per spiegarlo siamo ancora a livello di ipotesi non provate.

  2. tra due crisi estintive si è sempre verificata una “fase esplosiva” della biodiversità

  3. Riferendoci all’Europa possiamo dire che la megafauna europea non si è estinta a causa della caccia come si vuol far credere da qualcuno, ma in conseguenza del susseguirsi nel tempo delle glaciazioni.

  4. Gli insetti sono il gruppo più diversificato presente sulla terra ed inoltre essi, come specie, sono sempre sfuggiti alle crisi estintive.

  5. Le glaciazioni hanno modificato anche le foreste primarie tropicali umide, in Africa le attuali si sono ricostituite solo 10000 od 8000 anni fa. Che l’Amazzonia sia il polmone del pianeta, come si vuol far credere, è ascientifico. Essa, infatti, con il suo ciclo di vita e di morte (decomposizione) consuma tanto ossigeno quanto ne emette. Inoltre esse sono relativamente giovani e soprattutto si sono generate a seguito di un cambiamento e non di una staticità di condizioni.

Fino a qui l’uomo non ha avuto nessuna influenza nel cambiamento, comincia ad averla ora, e con lui nasce una “nuova biodiversità” che è quella attuale, frutto dell’interazione tra l’eredità pervenutaci dall’evoluzione e la società umana. Lo strumento che l’uomo ha usato è stato il fuoco perché rispetto agli altri esseri viventi è stato l’unico a prenderne possesso (accenderlo, controllarlo e spegnerlo); è la sola specie ad averlo fatto, mentre gli animali l’hanno temuto e continuano a temerlo ed i vegetali lo subiscono od al massimo si adattano. L’uomo è nato come specie “invadente”, è nella sua natura si tratta solo di disciplinarla, ma non tanto a suo discapito, bensì con una maggiore consapevolezza che deve imboccare la strada di compendiare aumento della produttività e salvaguardia dell’ambiente per conservare gli aumenti della produzione di cibo.

I cambiamenti che hanno prodotto la biodiversità non sono ancora finiti. Oggi siamo entrati in una fase di riscaldamento e forse l’uomo vi entra come agente. L’unica differenza con gli altri riscaldamenti intervenuti sul pianeta sta nel fatto che ora vi è una cassa di risonanza enorme che prima mancava e che si rifiuta di prendere considerazione cause non antropiche per incolpare solo l’uomo, contravvenendo così a quanto la storia ci dice. Un esempio: l’aumento del livello marino, a causa del riscaldamento, è stato “venduto” dai media come avente un effetto catastrofico sugli ecosistemi costieri, eppure si sa che in 15.000 anni il livello marino è rimontato di 120 metri. Perché il riscaldamento dovrebbe essere catastrofico? Si tratta di uno dei tanti cambiamenti che sarà motore di biodiversità. L’uomo in quanto specie per ciò non soccomberà, egli si adatterà, come lo ha già fatto molte altre volte nel passato. Il raffreddamento della fine del Medioevo (1300-1400) non ha cause antropiche, pur avendo generato cambiamenti e, tra i tanti, uno di questi è stato quello di aver concorso a rendere demograficamente disastrosa l’epidemia di peste bubbonica di metà del XIV sec. Parlare di equilibrio della natura in senso statico è un non senso: la natura evolve. Tuttavia l’ubriacatura dell’equilibrio ha portato ad esempio all’ipotesi GAIA (dal nome della dea greca della terra) secondo la quale, essendo la terra un vasto ecosistema, l’ecologia deve riguardare la sua globalità. La biosfera si autoregola e l’uomo non è il possessore del mondo. Da qui è derivata la cosiddetta “ecologia radicale”. Il punto debole di questo voler teorizzare sta nel fatto che i periodi di osservazione sono sempre troppo corti e quindi difficilmente possono predire le evoluzioni a lungo termine. René Dubos (filosofo e biologo) afferma che: Il problema non è di sapere se l’uomo modificherà o non i sistemi naturali, piuttosto è, invece, importante sapere come lo farà!

A proposito che ne facciamo della biodiversità che ci nuoce, non tocchiamo pure quella? Ci sforziamo di mantenerla in equilibrio? Eppure alcune hanno cambiato la storia: l’epidemia di peste, probabilmente, però, tifo che ha colpito Atene ai tempi di Pericle (430 a.C.), il colera che ha decimato l’esercito di Alessandro Magno in Pakistan (323 a.C.). Vi sono state poi le vere epidemie di peste (batterio Yersinia pestis). La prima è stata quella bubbonica di Costantinopoli del 542, detta anche peste di Giustiniano e che è citata come concausa che ha fatto desistere l’imperatore dal voler ripristinare l’impero romano. La successiva è quella definita “nera” o bubbonica. Anche questa, che si scatenò tra il 1347 ed il 1350 in tutta l’Europa, ne ha quasi dimezzato la popolazione. Eppure lo stesso meccanismo che ha dato luogo alla biodiversità, cioè la capacità di adattamento ai cambiamenti da parte di tutti gli esseri viventi, sono alla base della conservazione della patogenicità dei parassiti. In ultima analisi credo che non sia il catastrofismo che ci debba condurre, ma impariamo a coltivare la speranza:

  • Crediamo di più nell’improbabile e meno nelle previsioni come fossero realtà.

  • Contiamo di più sul fatto che le risorse umane e della scienza sono immense.

  • Confidiamo sul fatto che i segreti della natura non li abbiamo ancora tutti scoperti.

Perché non riflettiamo su queste due considerazioni?

    • La vita sul pianeta non finisce con noi e neppure è possibile stabilizzarla per renderla immutabile.

    • L’evoluzione sta preparando la BIODIVERSITA’ di domani ed il futuro sarà sicuramente diverso.

3ª citazione riportata a supporto e controproducente;

“La complicazione nasce dal fatto che, di volta in volta, del fenomeno che si vuole studiare (per esempio la risposta fenotipica di un certo organismo) mutano le condizioni esterne (per esempio una o più variabili ambientali), ossia cambiano tutti quei fattori che fanno variare il risultato dell’intera­zione tra il fenomeno da studiare e il suo contesto (Zbilut e Giulia­ni, 2008).”

L’aver riportato questa citazione toglie la possibilità a molti di trincerarsi dietro il “principio di precauzione” usato e abusato. Perché quanto citato provoca questa conseguenza? Lo fa perché alla base dell’invocazione del principio predetto vi è la ricerca del “rischio zero”,

Per spiegare riportiamo una definizione di “Principio di Precauzione” che dovrebbe essere obiettiva: “Affinchè un danno non sia arrecato in maniera grave e irreversibile all’ambiente, le istituzioni s’incaricano di vigilare, applicando il principio di precauzione, per evitare il realizzarsi del danno, come anche la messa in opera di procedure di valutazione dei rischi che si corrono “. Innanzitutto bisogna chiedersi come si può fare una valutazione dei rischi degli OGM se non si può sperimentare una PGM in pieno campo, cioè in ambiente non confinato. Infatti, se l’obiettivo è di dover dimostrare il rischio zero, per farlo su una PGM si dovrà sperimentare per un “congruo numero di anni” ma così facendo a maggior ragione vale l’affermazione della citazione: “….cambiano tutti quei fattori che fanno variare il risultato dell’intera­zione tra il fenomeno da studiare e il suo contesto”. Però, se viene meno la possibilità di ricerca del rischio zero, il principio di precauzione non lo si può applicare per impedire che si corra il pericolo del “non rischio zero”. Anzi lo si deve intendere con ragionevolezza e permettere che si conoscano i limiti dell’innovazione biotecnologica e valutarne i rischi.

A proposito della biodiversità perduta, si legga questo.

http://www.seedquest.com/news.php?type=news&id_article=22010&id_region=&id_category=&id_crop

1 commento al post: “Alberto Guidorzi sulla decrescita evocata nel libro di Slow Food”

  1. franco mistrettaNo Gravatar scrive:

    Sono reazionari e basta. E’ capitato anche ai tempi di Lysenko e del realismo socialista. Sono pericolosi come Ahmedinejad e Kim il Sung, o come diavolo si chiamano.

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Nella categoria: News, OGM & Economia

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