Xilella e vecchi merletti

22 Mag 2015
Post2PDF Versione PDF

Due analisi che come al solito prima devono bonificare il terreno dalle chiacchiere da bar.

http://www.intersezioni.eu/index.php?objselected=872&scheda=view_articolo

http://www.intersezioni.eu/index.php?objselected=869&scheda=view_articolo

23 commenti al post: “Xilella e vecchi merletti”

  1. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Ma perchè ci devono mettere il naso tanti ignorantoni? Ma produciamo solo quelli in Italia?

  2. MassìnoNo Gravatar scrive:

    L’affermazione più spassosa l’ho sentita fare dalla Guzzanti quando ha sostenuto che la colpa è delle multinazionali tipo Monsanto che dal cielo hanno avvelenato i nostri ulivi irrorandoli per venderci ulivi OGM. Dagli all’untore.

  3. MauroNo Gravatar scrive:

    Purtroppo dietrologie prevedibili… povera Italia (e non solo).

  4. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Amici e conoscenti mi stanno facendo domande sull’argomento xilella.
    io sono ignorante in materia e mi piacerebbe saper rispondere.
    Qualcuno mi può aiutare?
    Mi potete fare una piccola storia del problema?
    Grazie in anticipo ad Alberto che sono certo mi scriverà un’enciclopedia sul tema….

  5. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Franco

    Qui credo che tu possa informarti:

    http://www.regione.toscana.it/documents/10180/11270546/Xylella+fastidiosa_CRA_VIV_04.06+rizzo.pdf/a2d98668-cfcd-43a9-87f7-149414f699e4

  6. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Grazie Alberto.
    Altra cosa che mi interesserebbe sapere é come il mondo scientifico (non la politica che già si sta esprimendo) conta di contrastare il problema.
    E’ unito il mondo scientifico e sa cosa si dovrebbe/potrebbe fare o anche qui ci sono le classiche opposte fazioni?

  7. VitangeloNo Gravatar scrive:

    Per un mensile del mio paese, Mola di Bari, (Città nostra, n. 142, Maggio 2015), al quale collaboro, ho scritto le mie riflessioni su Xylella. Invio il dattiloscritto a Roberto affinché possa aggiungerlo a questi commenti.

  8. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Vitangelo

    Adesso mi fai stare in ansia di leggerti perchè io mi sono solo documentato sulla xilella in Puglia, ma non l’ho vista sul territorio e quindi sono curioso di sapere da una fonte autorevole e del luogo di cosa trattasi veramente.

  9. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Franco

    Per quanto ho letto

    Il problema esiste in Brasile, IN Florida e in California. In tutte è tre le località si taglia, e si creano barriere in modo che gli insetti vettori non trovino inoculo da trasmettere altrove.

    Di altri modi di difesa non ho notizie.

  10. VitangeloNo Gravatar scrive:

    Alberto, sono riuscito ha trasferire l’articolo. E’, ovviamente, un pezzo per un giornale locale e non per una rivista scientifica. Prima di pubblicarlo l’ho fatto leggere a dei seri colleghi salentini che lo hanno giudicato sprecato per un giornaletto di paese. L’ho scritto anche considerando la preoccupazione degli olivicoltori del barese che temono il contagio.

    Il caso Xylella fastidiosa nel Salento
    La “peste dell’ulivo” come metafora di come si affrontano i problemi in Italia e non solo in agricoltura

    di Vitangelo Magnifico

    Sembra un controsenso, se non la famosa legge dantesca del contrappasso, assistere al dramma della cosiddetta peste dell’ulivo, che potrebbe compromettere gran parte dell’olivicoltura pugliese, proprio durante l’esaltazione collettiva del cibo italiano e dei prodotti tipici del Made in Italy nell’anno di Expo 2015 dedicata all’alimentazione e quasi a dispetto dell’enfasi quotidiana riservata alla dieta mediterranea nella quale l’olio d’oliva ha un ruolo fondamentale!
    Da quando, nel 2013, fu segnalato il “disseccamento rapido dell’ulivo” nel Salento ed attribuito all’attacco del batterio Kylella fastidiosa, non passa giorno senza che gli organi di stampa regionali non ne parlino. Così, come ormai è malcostume italiano, con la sovraesposizione mediatica tutti sembrano essere diventati esperti di olivicoltura e patologia vegetale creando una fastidiosa confusione. Ovviamente, i ricercatori del settore e gli agronomi non hanno più voce in capitolo anzi vengono criminalizzati con la strampalata accusa di aver diffuso il parassita: è il retaggio della “caccia all’untore” di manzoniana memoria con tanto di persecuzione giudiziaria come nel 1600! Quindi, spazio alle associazioni di categoria che difendono gli alberi malati o moribondi, agli ambientalisti che temono le massicce distribuzione di agrofarmaci per fermare il contagio e che propongono metodi alternativi risibili, agli appelli degli intellettuali in difesa della secolare cultura contadina legata all’ulivo, all’olio e al paesaggio agrario, la cui perdita molto preoccupa gli imprenditori del settore alberghiero e turistico, fino ad arrivare alla richiesta di boicottaggio dei prodotti francesi solo perchè la Francia, con altri Paesi europei, ha preso sul serio la prevista quarantena (Vedere mio post del 9 aprile scorso su Città nostra on line). Ovviamente non mancano i ricorsi al TAR per difendere dall’estirpazione gli ulivi del proprio podere, le passionarie che salgono sugli alberi per impedirne l’abbattimento, le marce per i campi, i girotondi intorno agli alberi ed ovviamente i politici che scendono in lizza a pochi mesi dalle elezioni regionali e comunali per difendere il grande patrimonio olivicolo pugliese, il più importante della Nazione che produce l’olio migliore al Mondo (ignorando ciò che succede altrove sull’argomento)! Insomma, una gara a chi la deve sparare più grossa per apparire in televisione e ed essere presente sui giornali! Morale della favola, più isterismo collettivo che ragionamenti seri sul caso. Così la “peste dell’ulivo” diventa una calamità la cui gestione viene affidata alla Protezione Civile e non al Ministero dell’Agricoltura (tanto questo dicastero è gestito dai laureati in legge e non più dagli agronomi visto che ormai il settore si è ridotto all’applicazione dei decreti legge e delle direttive europee mica delle conoscenze delle scienze agrarie!) e, giustamente, a gestire l’emergenza viene chiamato come Commissario straordinario il Capo della Forestale Regionale (a dimostrare che il Corpo non può essere eliminato e tanto meno accorpato ad altra forza pubblica!).
    Prima di passare alle considerazioni sul caso, cerchiamo di conoscere il nemico da combattere! Xylella fastidiosa è un batterio Gram negativo, non sporigeno, della Famiglia delle Xanthomonadaceae, molto studiato da oltre un secolo e del quale si conoscono le sottospecie con le loro razze fisiologiche dovute alle immancabili mutazioni. Il batterio è stato segnalato su circa 150 specie coltivate e spontanee e viene trasmesso dalle cicaline, insetti con apparato pungente-succhiante (da noi la curiosa sputacchina, una cicalina di pochi millimetri che si copre di una schiuma simile ad uno sputo nella fase giovanile). Fu studiata per la prima volta a Sud della in California alla fine del 1800 sulla vite dal fitopatologo Newton Pierce, che diede il nome alla malattia che distrusse qualche migliaio di ettari di vigneti. Sarebbe accertato che la razza fisiologica di X. fastidiosa proveniente dal Costa Rica sia quella che ha invaso il Salento, molto probabilmente con l’importazione di piante ornamentali. Un fenomeno comunissimo nel commercio -anche in quello pre-globalizzato- tanto da essere tenuto in gran conto a livello internazionale e controllato con le operazioni di quarantena, cioè il controllo accurato del materiale importato e la distruzione del materiale infetto. Cosa che, ovviamente, da noi non è stato fatto.
    Il batterio Xylella infetta i rami più giovani e si diffonde con le colonie gelatinose nello xilema (vasi legnosi) che si occlude ed impedisce la risalita dell’acqua procurando il disseccamento rapido (malattia di Pierce). La sezione trasversale dei rami infetti presenta imbrunimenti circolari che ricordano quelli delle radici e dei carducci di carciofo attaccate da Verticillium. Per questo, qualcuno ha parlato di tracheomicosi, cioè attacchi di funghi e non di batteri. Ma anche i sintomi iniziali sulle foglie dell’ulivo fanno propendere per il batterio.
    Considerato il meccanismo di infezione e il grado della medesima raggiunto negli uliveti del Salento, è facile supporre che l’inizio della malattia sia da far risalire a diversi anni prima dell’allarme del 2013. E’ evidente che si è perso tempo, che poteva essere utile per organizzare un minimo di lotta per poter quantomeno frenane la diffusione, che appare ancora circoscritta a gran parte del Salento. E’ anche molto probabile che il fenomeno sia stato sottovalutato anche per lo stato di abbandono di gran parte degli uliveti di quella zona ormai ridotti allo stato di coltura marginale per la mancata convenienza economica a realizzare una olivicoltura di qualità sia per l’età delle piante (che non favoriscono una meccanizzazione della raccolta, soprattutto) che per la difficoltà di controllo di alcuni parassiti favoriti dall’alta umidità della zona.
    A questo punto, ricorro alle lezioni dei docenti di patologia vegetale di quando ero studente alla facoltà di Agraria di Bari -ed uno di questi era leccese e conosceva bene la zona- che raccomandavano i trattamenti contro l’occhio di pavone, la rogna o cancro e la lebbra dell’ulivo e la fumaggine per l’elevata umidità della zona battuta dallo scirocco (mentre da noi predomina il maestrale). All’epoca -eravamo intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso- mentre da noi era tradizione raccogliere le olive dall’albero cercando di non farle toccare al terreno, nel Salento si raccoglievano ancora da terra man mano che cadevano, tanto che la raccolta finiva a febbraio inoltrato e i frantoi lavoravano fino a marzo inoltrato. L’olio che si ricavava era prevalentemente di tipo “lampante” e non vergine o extravergine come da noi. Era il tempo in cui la CEE contribuiva con l’integrazione ai costi di produzione per albero di ulivo, mentre in seguito passerà per quantità di olio prodotta ai frantoi riducendo di molto -se non annullando- il premio al produttore. A ridurre ulteriormente la convenienza economica a produrre olio da quelle parti ha contribuito il mancato premio alla coltivazione del tabacco che la Comunità Europea ha elargito fino alla fine degli anni Novanta quando prese atto dell’impossibilità di far cambiare la pessima abitudine dei produttori nel fornire scadente tabacco levantino, da sempre coltivato fra i larghi spazi delle piantagioni di ulivo. Il Salento, con la Grecia, era una delle poche aree europee a produrre l’indispensabile tabacco levantino. Ma non ci fu verso di convincere i produttori a produrne di buono. Come ricordo personale posso aggiungere di aver vissuto quella triste esperienza come Direttore ad interim dell’Istituto Sperimentale per il Tabacco del Ministero dell’Agricoltura che aveva la Sede Centrale a Scafati (Salerno) e una Sezione Periferica a Lecce oltre a quelle di Roma e Bovolone (Verona).
    Questa breve esposizione su un sistema colturale consolidato nel tempo che si basava sulla coltivazione consociata di ulivo, tabacco e in alcuni casi anche di ortaggi precoci fa capire come la marginalità -se non il diffuso abbandono- della coltivazione dell’ulivo ha portato alla predisposizione degli attacchi della Xylella perché sono venuti meno i trattamenti base, che contrastano sia i parassiti principali che quelli secondari, che, come è ben noto in agricoltura, prendono il sopravvento quando non trovano ostacoli. Infatti, nel Salento, accanto a campi interamente colpiti da Xylella, è possibile notare in modo oasistico uliveti in buono stato: sono quelli che sono stati continuamente curati con potature -che contribuiscono ad allontanare l’inoculo- e trattamenti antiparassitari contro la mosca che controlla anche la sputacchina e con i rameici in funzione battericida e fungicida. Aggiungete anche, che gli ultimi anni sono stati eccezionalmente umidi tanto da favorire il diffondersi del parassita, che trova nell’ambiente climatico salentino una vera incubatrice.
    La preoccupazione della diffusione di un parassita così temibile al resto degli uliveti italiani è alquanto fondata e non va sottovalutata. Ecco da dove nasce la preoccupazione dell’Unione Europea che impone il taglio delle piante infette, il cui elevato numero desta sconcerto. Anche i trattamenti con agrofarmaci sono ugualmente essenziali poiché il parassita c’è e va controllato (cosa che certamente hanno fatto i vivaisti della zona). Le tanto invocate “buone pratiche agricole” non si possono limitare all’eliminazione delle erbacce perché possono ospitare la sputacchina; quindi, alle potature mirate bisogna aggiungere i trattamenti con gli agrofarmaci giusti al momento giusto e con attrezzatura adeguata.
    Oltre al problema ambientale sorge quello dei costi insostenibili per i produttori, altrimenti non saremmo arrivati a tanto! Loro sperano nei contributi pubblici, che, se ci saranno, comunque non saranno mai sufficienti ad affrontare seriamente il problema e tanto meno a far ripartire l’olivicoltura salentina che è vecchia ed improduttiva ormai da decenni come gran parte di tutta quella pugliese. Ci vorrebbe un piano olivicolo regionale (e nazionale!); quel piano che tutti i partiti politici promisero con le prime elezioni regionali del 1970 ma che non hanno mai realizzato. In questi decenni la Regione ha finanziato dei rinfittimenti e legiferato demagogicamente in difesa degli alberi secolari per difendere il patrimonio arboreo e il paesaggio spendendo soldi per la classificazione degli esemplari (… con il “brillante” risultato di mettere fuori mercato qualsiasi appezzamento di terreno con alberi di ulivo indipendentemente dalla loro età!!!) mentre altri Paesi, nello stesso tempo, hanno rifondato e/o costituito una olivicoltura moderna togliendo il primato all’Italia e alla Puglia sia in termini di quantità che di qualità dell’olio (vedi Spagna).
    Considerata la demagogia e l’improvvisazione che regna da noi, è molto probabile che non riusciremo neanche a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati!

  11. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Cavolicchi Vitangelo!
    Devo stamparti per riuscire a leggere tutto quello che hai scritto.
    Giuro adesso stampo… (a video non sono capace di leggere cotanto testo…
    Grazie!

  12. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Giuro che in così poco tempo non sono riuscito a leggere tutto il tuo lunghissimo scritto.
    Ho fatto una lettura al volo saltando qualche riga per arrivare in fondo e cercando di comprendere il senso del contenuto.
    Giuro altrettanto che ho colto appieno il messaggio del tuo scritto; mi riservo di leggerlo con calma domai per coglierne tutti i dettagli.
    Mi hai dato comunque le risposte che amici e conoscenti mi chiedono con insistenza da giorni.
    Insipienza!…

    Grazi e Vitangelo!

  13. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Ma come si pensa di affrontare il problema?
    Con proclami o con ricerca?
    Gli ulivi pugliesi, al netto di quello che dicono le istituzioni, sono un monumento nazionale.
    Kilometri di muri a secco a destra e sinistra di stradine meravigliose con piante a perdita d’occhio che lasciano a bocca aperta anche chi non capisce nulla di agricoltura…
    Ho girato in lungo e in largo quei siti nell’anno ‘68 dello scorso secolo con un Guzzi Astore 500/sidecar (ancora non avevo in mente di diventare Agricoltore); il pilota era mio fratello perché io ero ancora minorenne… e ne ho un ricordo indimenticabile!
    Per non parlare del pane che ho mangiato in quegli areali…
    Scienziati! Mandate a quel paese tutto il mondo burocratico/politico e trovate il modo di salvare quel patrimonio!
    Non ascoltate sindacati e tecnici regionali!
    Datevi da fare voi che siete una forza della natura!!!
    Usate antibiotici e tutto quello che si può usare.
    Fatevi dare tutti i contributi possibili senza tagliare un albero!!
    Vitangelo, combatti ancora… Sono certo che ne hai ancora la voglia!
    Hai sicuramente almeno il mio appoggio.

  14. roberto defezNo Gravatar scrive:

    Vitangelo, grazie della trascrizione. Pensaci una prossima volta a mandare anche a salmone le tue riflessioni che come vedi sono sempre molto richieste. Se tui ci facessi fare un giro tra le piante orticole e ci parlassi sopratutto di chi fa i semi e come, ci darsti sempre un gran piacere,
    ciao roberto

  15. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Vitangelo

    ti ringrazio per il quadro che ci hai fatto.

    Il tutto rientra in una agricoltura in mano a dei proprietari di terra e non ad agricoltori, che purtroppo è la connotazione consolidata che caratterizza l’agricoltura italiana, ma il grave è che è disconosciuta da chi dovrebbe denunciarla. Quando poi gente pestaterra come noi lo denunciamo vi è chi, abbeveratosi alle solite fonti, ci guarda come dei marziani e sempre più come dei mentecatti

  16. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Vitangelo!

    Lo stimolo di Roberto é un chiaro invito ad illuminarci con qualche tua “lectio magistralis”…
    Forza. Con calma e pazienza metti online la tua conoscenza!
    Grazie in anticipo.

  17. VitangeloNo Gravatar scrive:

    Ragazzi, sono in pensione da 5 anni ormai e di cose nuove da dire ne ho sempre meno. Aggiungete l’emarginazione sociale che “godo” essendo meridionale e capirete come è stimolante la vita! Mi sarebbe piaciuto continuare a dare il mio contributo -sempre in modo disinteressato- ma il fastidio che noto intorno è allarmante! C’è spazio solo per i cialtroni, ormai. Poi, c’è la sgradevole sensazione che dell’agricoltura, quella vera, non frega a più nessuno. Fanno finta ma solo per frodare soldi. E il Caso Xylella è emblematico. Venite a sentire ciò che dicono in campagna elettorale e capirete quanta distanza c’è fra il nostro modo di vedere l’agricoltura e …il corno silice invocato a più voci come risolutore unico e avverso agli inquinatori pagati dalle multinazionali. E tra questi ci sarei io, ovviamente! Illuminante l’articolo di ieri sul Corriere della Sera ” di Dino Messina “Negazionisti e complottisti in campo per l’Olivo” . Un bel quadro esaltante non c’è che dire! Avevo mandato al Corriere del Mezzogiorno un mio articolo sull’effetto dell’innovazione sull’agricoltura pugliese, pur avendolo concordato neanche lo hanno pubblicato dopo sei mesi! Ve lo invio di seguito!
    Grazie per la considerazione. Peccato che siamo lontani e non ci siamo mai incontrati!

  18. VitangeloNo Gravatar scrive:

    Forse gli ha spaventati il titolo suggerito!

    Il no agli OGM: un’offesa per l’agricoltura pugliese
    Vitangelo Magnifico
    Già Direttore dell’Istituto Sperimentale per l’Orticoltura di Salerno

    In Italia, la questione OGM in agricoltura ha raggiunto un livello di parossismo tale da continuare ad impedire sia la coltivazione che la ricerca sulle piante geneticamente modificate ovvero su uno degli aspetti più innovativi della biologia applicata al miglioramento delle produzioni. La cosa appare ancora più assurda se si considera che l’agricoltura italiana ha sempre tratto grandi vantaggi dall’innovazione e che quella pugliese rappresenta un grande esempio se si analizza brevemente la sua evoluzione dell’ultimo secolo. Partiamo dalla coltivazione del grano, sia tennero che duro. Fino agli anni trenta del ‘900, da noi, la raccolta del grano si completava a fine luglio con la storica migrazione dei braccianti che confluivano nei campi del Tavoliere. Grazie all’opera di una storica generazione di genetisti, tra i quali primeggiò Nazareno Strampelli (1866-1942), si diffusero nuove varietà di grani a cicli più brevi di quasi un mese, con un notevole aumento delle rese e della qualità della granella. Le varietà di Strampelli “Mentana”, “Ardito” e “San Pastore” divennero simbolo mondiale di questa “gene revolution” ante litteram! Nel 1915 venne introdotta la varietà di grano duro “Senatore Cappelli” messa a punto da Strampelli in un’azienda foggiana. All’epoca le piante di grano duro erano alte oltre un metro e mezzo e, quindi, predisposte all’allettamento. Dopo mezzo secolo due grandi genetisti pugliesi, Francesco D’Amato (1916-1998) e Gian Tommaso Scarascia Mugnozza (1925-2011), con un gruppo di lavoro presso il Centro Casaccia dell’allora CNEN (ora ENEA) regalarono all’umanità il gene della taglia bassa (80 cm circa) della pianta del grano duro ottenuto mediante la “mutagenesi” ovvero le mutazioni indotte dalle radiazioni. La prima varietà commerciale di grano duro a taglia bassa, il “Creso”, si diffuse rapidamente e a beneficiarne fu soprattutto la cerealicoltura pugliese. Queste e tante altre storie sono state raccontate da Alessandro Volpone in “Gli inizi della genetica in Italia” (Cacucci Editore, Bari, 2008).
    Altro grande contributo all’evoluzione dell’agricoltura pugliese lo ha dato la Stazione Agraria Sperimentale di Bari, fondata nel 1918 subentrando alla Scuola di Oleificio e Olivicoltura (1881), e presso la quale nel 1939 fu istituita la Facoltà di Agraria affidandola al Prof. Enrico Pantanelli. I Ricercatori della Stazione e della Facoltà condurranno studi fondamentali sulle caratteristiche pedoclimatiche e sul miglioramento varietale e delle tecniche colturali delle specie coltivate -e di nuova introduzione- prevalentemente in regime di aridocoltura che diedero origine ad una vera “green revolution pugliese” che è già riduttivo riassumere nei due esempi più eclatanti: l’invenzione del “tendone”(il primo a Noicattaro nel 1922) per la coltivazione dell’uva da tavola con l’antica varietà “Regina”, che da noi prese il nome di “Mennavacca” per la tipica forma dell’acino, e la produzione autunnale della bietola da zucchero che permise di superare l’embargo di questo bene che il Paese subì durante il periodo fascista. Fino allora era stato impensabile poter produrre zucchero nel Tavoliere e sulla Murgia! Bastano questi pochi esempi per capire come l’agricoltura pugliese ha direttamente beneficiato dell’innovazione creata in loco e altrove creando una nuova mentalità produttiva e imprenditoriale, che, malgrado il basso livello culturale degli addetti, finì per ricadere su tutti i settori facendo conquistare alla Regione, nel giro di mezzo secolo, importanti primati nell’agricoltura nazionale. Ciò ha evidenziato un altro importante aspetto: gli agricoltori pugliesi sono apparsi sempre più disponibili degli altri ad accettare l’innovazione se si considera che Strampelli ebbe seri problemi nel far accettare le sue “Sementi elette” dai cerealicoltori laziali affezionati alla vecchia varietà “Rieti” e che al Nord furono bruciati i cascinali dove si coltivarono i primi ibridi di mais di costituzione americana! Invece, gli agricoltori pugliesi ancora oggi cercano l’innovazione varietale che a sua volta influenza le tecniche agronomiche. Infatti, nei nostri campi, l’uso di varietà altamente selezionate e di ibridi di ultimissima generazione è il più alto in Italia. Lo dimostra anche la diffusione nella Regione di antiche e qualificate ditte sementiere e rinomati vivai di specie frutticole che aderiscono a sistemi di certificazione fra i più rigorosi della Nazione e della UE. Malgrado gli esempi riportati, anche in Puglia ci si è impantanati sulla questione OGM più per imposizione politica ed ideologica che per scelta degli agricoltori, malgrado la grandissima e sempre crescete diffusione nel Mondo di coltivazioni con piante geneticamente modificate. Come in passato, anche in questo caso in Italia erano stati ottenuti ottimi risultati soprattutto nel miglioramento della qualità dei prodotti, tanto che una ventina di anni fa furono lodati anche all’estero i programmi pubblici di quella che fu definita la “via italiana alle biotecnologie” e “alla transgenia”. Ecco perché il No agli OGM lo considero un’offesa anche per l’agricoltura pugliese!

  19. VitangeloNo Gravatar scrive:

    Scusate quel “gli” al posto di “li ha spaventati”! Non vorrei che qualche ridicolo censore che si aggira da queste parti si attaccasse ad un errore di battitura per demolire il tutto, che ……potrebbe essere fatto, ma su altre basi!

  20. franco nulliNo Gravatar scrive:

    “gli” lasciamo comunque il diritto di sbeffeggiarci per un apostrofo.
    Noi siamo democratici e superiori a certe critiche :-)
    Ora vad a leggere il tuo articolo non pubblicato…
    Ciao

  21. franco nulliNo Gravatar scrive:

    @Vitangelo

    Non solo un’offesa all’agricoltura pugliese.
    Uno schiaffo al buonsenso degli italiani in genere.
    Non solo quelli che operano in agricoltura.
    Anche degli altri 50/60 milioni circa che con il vostro sapere e con il nostro lavoro mangiano tutti i giorni.
    Una vera vergogna…
    Grazie della lezione!

  22. franco nulliNo Gravatar scrive:

    P.S. e se anche sei in pensione da 5 anni non smettere di scriverci…
    Non servono cose nuove.
    Siamo fermi da 20 anni e di acqua sotto i ponti ne é passata in 20 anni…
    Continua! Tutto quello che ci dici é “nuovo”!

  23. roberto defezNo Gravatar scrive:

    Nature si occupa dell’aggressione agli scienziaqti pugliesi per la vicenda Xilella:
    http://www.nature.com/news/italian-scientists-vilified-in-wake-of-olive-tree-deaths-1.17651

Lascia un tuo commento

Per allegare una vostra immagine a fianco ai commenti registrarsi al sito Gravatar. Quando inserite la mail in fase di commento, bisogna usare la stessa mail che avete usato per registravi al Gravatar

Nella categoria: News, OGM & Agricoltura italiana

Le rubriche di Salmone

Luca Simonetti

Slow Food. Cattivo, sporco e sbagliato

Petrini aggiorna il suo manifesto, “Buono, pulito e giusto”. Qualche…