Zootecnica quale futuro??

26 Mag 2010
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di Fernando Antonio Di Chio

Nelle scorse settimane, si è tenuta a Foggia la 61a edizione della Fiera Internazionale dell’Agricoltura e a differenza degli anni scorsi si è organizzata una mostra zootecnica di buon livello. Parlando con gli allevatori presenti, mi ha colpito molto l’osservazione di uno di loro che alla mia domanda riguardo allo stato attuale del settore, mi ha fatto un paragone che mi ha lasciato perplesso.
Alla domanda sullo stato attuale della zootecnia, lo stesso mi ha detto “se dovessi acquistare oggi un caffè pagandolo con il latte da me prodotto, servirebbero almeno due litri di latte”……… Ora considerando un prezzo medio di un caffè di circa novanta centesimi, è facile dedurre che in media un litro di latte vale circa 45 centesimi(anche meno in realtà), ma allora mi chiedo come è possibile che all’acquisto lo stesso litro di latte mi costa poi almeno il doppio di un caffè?
Come al solito, secondo gli allevatori, esiste una profonda differenza tra chi produce e chi trasforma e da una ricerca condotta parrebbe proprio così, in Italia infatti la quantità di latte prodotto è insufficiente rispetto alla domanda, ciò significa che l’industria di trasformazione è costretta ad acquistare all’estero parte del latte che necessita.
Insomma tutto il mondo è paese, se nel settore ceralicolo si importa grano estero, nel settore zootecnico si fa la stessa cosa con il latte. Il dato però più preoccupante è che tali importazioni sono pari secondo le stime di molte associazioni al 60% circa.
In tal modo l’industria, se da un lato compensa la minor produzione che si verifica nel periodo estivo (in cui c’è un calo fisiologico di produzione), dall’altro evita un’impennata dei prezzi e riesce a mantenerli a livelli ridotti. A complicare ulteriormente tutto poi c’è la grande distribuzione che rappresenta il primo interlocutore e che agisce da calmiere a discapito degli allevatori italiani.
Altro problema poi, comune a molti altri settori dell’agricoltura italiana, è il costo di produzione che porta a ridurre ancor di più la capacità di sopravvivenza delle aziende zootecniche. Infine c’è l’annoso problema delle quote latte, un meccanismo a detta di molti assurdo, di contenere la produzione di latte ma voluto fortemente dall’UE per evitare un surplus di produzione negli anni scorsi e che oggi sembra non essere più idoneo.
Come si nota perciò le incongruenze sono tante, i costi di produzione elevati e una politica comunitaria inidonea stanno portando molte aziende al collasso. Al solito dobbiamo perciò ben sperare nella bontà della nostra classe politica, che a livello comunitario agisce sempre da Cenerentola, dando spazio e forza a paesi quali la Germania e la Francia che riescono ad ottenere più benefici e privilegi di quanto riesca l’Italia.
Un’ultima considerazione (che è più una provocazione) è però indispensabile, quanto potrebbe incidere sui costi di produzione l’adozione di colture OGM? A mio parere determinerebbe sicuramente una riduzione dei costi e andrebbe a sicuro vantaggio dell’intero settore.

6 commenti al post: “Zootecnica quale futuro??”

  1. robertoNo Gravatar scrive:

    Caro Fernando,
    concordo pienamente con quanto hai scritto circa la remunerazione del latte alla stalla. A mio modesto avviso, devo precisare che in alcuni contesti socio-ambientali le realtà zootecniche (faccio riferimento alla zona della murgia barese che maggiormente conosco!), godono comunque ancora un “benessere” precario ma che assicura una certa reddittività aziendale; il “lamento facile” della classe degli addetti pertanto sia solo di facciata inquanto spesso sono fortemente restii alle incentivazioni per una innovazione nelle produzioni (vedi eventuali usi di OGM o altro) associate alle trasformazioni dirette in azienda. Come anche le innovazioni tecnologiche nelle stalle sono viste come il “buttare i soldi dalla finestra”…quindi io sarei dell’opinione di innanzitutto eliminare qualsiasi forma di aiuto per le aziende che realmente non hanno la voglia o non sono in grado di crescere inaquanto non credono in una figura importantissima quale il tecnico aziendale che deve avere il compito della programmazione nel breve ma anche medio lungo termine, solo in questa maniera si anticipa un processo di selezione naturale lasciando delle axziende che si accingono a divenire ottimi strumenti di competitività e allo stesso modo un livello occupazionale stabile. Ma come già abbiamo avuto modo di parlarne personalemnte e condividendo le stesse idee questo è possibile realizzarlo con l’associazionismo.
    Un caro abbraccio Roberto

  2. franco nulliNo Gravatar scrive:

    All’associazionismo in Italia, individualisti accaniti come siamo, credo (scusatemi) molto poco.
    Che ci siano delle distorsioni enormi delle dinamiche di mercato dalla produzione al consumo, è una realtà.
    Che sia indispensabile per la sopravvivenza della nostra economia agricola l’evoluzione tecnologica (leggi ad es. OGM) è fuori dubbio. Globali i mercati e altrettanto le “risorse”: stessa partita stesse regole…
    Che l’agricoltura debba sopravvivere anche nella “vecchia Europa” è un dato di fatto se non vogliamo che il costo della “gestione del territorio” ricada sulla comunità. Oggi lo facciamo noi agricoltori a titolo gratuito (per la comunità), ma se smettiamo di coltivare i nostri campi? Paludi e malaria?

    Non ho dato risposte, ma forse spunti di discussione
    Un saluto cordiale

    Franco Nulli

  3. Fernando Di ChioNo Gravatar scrive:

    In primo luogo desidero ringraziare per gli interventi, è utile confrontarci e cercare spunti nuovi per un settore in fortissima crisi.
    Caro Franco (mi permetto di darti del tu), sarò della vecchia scuola ma credo molto nell’associazionismo e il Nord ha tanto da insegnare a noi meridionali in tal senso, purtroppo..
    Io lavoro in una struttura cooperativa meridionale, che sotto molti aspetti ricalca le realtà del Nord e devo dire che per molti associati rappresentiamo l’unica garanzia di sicurezza in molte cose.
    Purtroppo c’è da ammettere che nel Meridione le strutture cooperative che funzionano sono come le mosche bianche e i risultati sono quelli che oggi si vedono……..
    L’unica speranza quindi è che da bravi italiani, ora che abbiamo toccato il fondo inizieremo finalmente a risalire, la crisi è forte e gli agricoltori sono demotivati.
    Il 2013 è una data importante e la riforma della PAC non deve essere una decisione di pochi ma di tutti, italiani compresi.

  4. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Apprezzatissimo il “tu”, e ci mancherebbe…
    Forse mi hai malinteso; non è che io non apprezzi il concetto dell’associazionismo, solamente temo che noi italiani siamo troppo individualisti per poterne sfruttare le enormi potenzialità.
    E, seppur io non conosca la realtà del nostro splendido meridione in questo senso, ho seri dubbi che nel nord ci siano esempi così fulgidi… A parte le cooperative rosse/bianche i cui vantaggi vengono spesso succhiati dalla struttura burocratico/organizzativa di cui sono costrette a dotarsi…
    Demotivati comunque non siamo, per quanto mi è dato di capire.
    Il nostro mestiere non si fa solo per i bilanci, ma anche e soprattutto per passione; quasi una malattia (e bada che io per background sono lontanissimo dall’agricoltura; famiglia di industriali chimici e laurea in ingegneria meccanica prima di essere “contagiato”…)
    I bilanci ovviamente sono fondamentali per sopravvivere, ma la passione ci fa fare miracoli quando siamo vicini al fondo.
    Qualche strada, se il mondo politico smetterà prima o poi di metterci bastoni fra le ruote, la troviamo.

    Cordiali saluti.

    Franco Nulli

  5. fernando di chioNo Gravatar scrive:

    No Franco sono cosciente del nostro limite, tutto italiano, di non riuscire ad associarsi ma penso che sia l’unica salvezza in un momento simile. Sai la crisi è profonda si approssima la raccolta del grano e si parla di 15 euro il ql, un prezzo che non garantisce affatto gli agricoltori. In ogni caso speriamo bene, sai vivo tutti i giorni a contatto con gli agricoltori e mai come in questo periodo, sento molti dire che l’anno prossimo non coltiveranno e tutto questo mi rattrista.
    in ogni caso però è vero il nostro lavoro si fa principalmente per passione e forse la speranza è che con la passione e l’entusiasmo rialiremo la corrente proprio come i salmoni.
    Cordiali saluti.

  6. franco nulliNo Gravatar scrive:

    NElla storia della nostra agricoltura ci sono stati periodi bui. Oggi ne stiamo vivendo uno molto serio.
    Voi per il frumento, noi al nord per il mais siamo messi decisamente male.
    Io sono nato nell”81 come solo mais. Sono passato in seguito a fare di tutto, dalla soia ai piselli, dall’orzo/soia ai pomodori, pisello proteico, frumento, colza, girasole ; ora sto migrando a soia e riso, gli unici con un margine contributivo positivo…
    Ci arrangiamo e cerchiamo di “perdere” il meno possibile in questi anni. La passione ci sostiene finché riusciremo a tenere un conto in banca con il segno +.
    Siamo gente tosta e sono sicuro che usciremo a testa alta anche questa volta…
    Non ultimo cominciamo a far presente al mondo, non solo politico, ma ad amici e conoscenti, che senza il nostro lavoro quotidiano il nostro magnifico territorio tornerebbe ad essere palude in moltissime zone, arido e pieno di sterpaglie in altre.
    Quale il costo per la collettività?

    Ciao Franco

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